La Casette Avignone nel contesto del Borgo Zaera Dove Padre Annibale di Francia assisteva i poverelli a Messina

Il borgo storico dello Zaera sorgeva in una zona che probabilmente fu sede del primo nucleo urbano di Messina, ancor prima della nascita di Cristo. Una zona, ricordiamo, abbondantemente irrigata dai torrenti: Zaera a sud-ovest; Santa Marta e Santa Cecilia a nord-est, e pertanto particolarmente adatta agli insediamenti. Nonché giacente su quel “Piano delle Moselle o Mosella”, storico perché lì, Roberto il Guiscardo sconfisse gli arabi nel 1061, dando inizio ad un floridissimo periodo per la Sicilia.

Il borgo si andò formando attraverso la costruzione di case a schiera di passo minimo, proprio dove l’antico dromos, proveniente da Taormina, prima di arrivare a Messina, si divideva in “due vie”: una entrava dritta nel cuore della città, l’altra le girava attorno. Esso venne lasciato fuori dalle mura fatte costruire da Carlo V, ed assunse il controllo dell’ingresso sud della città, nonchè un certo benessere economico legato proprio alla percorrenza Messina-Taormina. Ciò lo condusse anche ad un notevole sviluppo urbano, tanto da far contare, alla fine del XVI secolo, più di diecimila abitanti, ridotti di parecchie unità dopo il terremoto del 1783, che in parte lo rase al suolo.

L’abbattimento delle mura cinquecentesche ed in seguito la ricostruzione risorgimentale del 1853 segna la rifusione di questo e degli altri storici borghi messinesi all’interno della città. Un inglobamento già in progetto da parecchio tempo, da quando, nel 1671, il senato messinese aveva dato incarico all’ing. Antonio Maffei di costruire la cosiddetta Porta Zaera. Ma la persistenza di taluni limiti fisici, come le fiumare appunto, impedirono, però, una perfetta fusione tra le diverse realtà urbane.

Le Casette Avignone, nelle quali Padre Annibale Maria di Francia passò la maggior parte della sua vita, si trovavano proprio all’incrocio fra la ex Via del Dromo, attuale Via Porta Imperiale, e il torrente Santa Cecilia, nel piano dei cosiddetti “orti gemelli”. Proprio in quel punto dove secoli prima aveva avuto la sua origine il borgo.

Nel 1840, all’epoca della costruzione delle casette, la via Porta imperiale, che aveva inizio dalla Porta Zaera, si biforcava, quindi, in “due vie”: una, con lo stesso nome, si concludeva giusto con la porta fatta costruire in onore di Carlo V, detta appunto imperiale, più o meno nei pressi dell’attuale tribunale; l’altra prendeva il nome di via Cardines, e si concludeva alle spalle della Palazzata, passando per la Chiesa dei Catalani.

Ormai la via Santa Marta e la via Porta Imperiale, sino al torrente Zaera, erano già fiancheggiate da una lunga serie di case a schiera dallo stretto passo, quando le Casette Avignone andavano ad occupare quell’ultimo fazzoletto di terra ancora disponibile. Committente del progetto era il nobile Maggiore Antonio Avignone, dei Marchesi di S. Teodoro. Il quale le fece costruire per affittarle ai poveri che non avevano altro alloggio in città.

Esse comprendevano un’area approssimativamente di 40 x 40 metri con 4 file di casette a schiera posizionate a pettine perpendicolarmente alla Via del Valore, unico ingresso delle casette, a sua volta perpendicolare alla Via Porta Imperiale.

I vicoli erano pertanto tre, tutti a cul de sac, denominati A, B e C. Il vicolo A, entrando da Via del Valore, il più vicino a Via Porta Imperiale, si concludeva col preesistente Palazzo Alessi, che a sua volta si affacciava su via Aurelio Saffi. In tre di questi blocchi, le casette, secondo uno schizzo dello stesso Padre Annibale del 1878 e secondo i disegni più tardi del prof. Favaloro, si appoggiavano di schiena, mentre l’ultimo blocco era dotato di ingresso solo sul vicolo C.

Proprio quest’ultimo blocco, dopo la demolizione effettuata nel 1916, per dar spazio alla via Ghibellina, come previsto dal Piano Borzì, fu ricostruito dallo stesso Padre Annibale più all’interno, sino ad occupare quasi l’intero vicolo C, e sino a portare a poco meno di due metri la luce fra gli ultimi due blocchi. Tale opera, ma non per un fattore igienico, gli costò una causa civile lunghissima con gli eredi Avignone, poi vinta. In quell’occasione veniva anche realizzata in posizione baricentrica la “mensa del povero”. Il tutto, rispettando i vincoli imposti dal Piano Borzì, cioè i limiti del futuro isolato n. 97.

Tuttavia le stesse Casette Avignone, praticamente delle baracche, la storicità del quartiere Zaera, con le vecchie case ormai fatiscenti, e la presenza di istallazioni militari, avevano fatto si che già il precedente Piano Spadaro del 1869 non avesse avuto buon esito in questa fetta di tessuto urbano. D’altronde lo stesso accadde negli altri borghi storici, a dimostrazione di come le singole parti: borghi, centro e nuove espansioni, stentassero a relazionarsi in un unico organismo. La conseguenza fu che tutta l’area divenne via via sempre più degradata finchè non furono finalmente abbattute le stesse Casette Avignone e le altre baracche che affacciavano sulla Via Porta Imperiale, e finchè quest’ultima non assunse le caratteristiche di arteria principale cittadina.

Ciò si attuò a cominciare dal 1921, quando venne posta la prima pietra del nuovo Santuario, esattamente dove sorgeva la Chiesa Baracca, donata al quartiere da Papa Pio X nel 1910, e distrutta da un misterioso incendio nel 1919. Il Nuovo Santuario, dedicato a San Antonio, fu inaugurato nel 1926, e appena 5 anni dopo iniziarono le demolizioni delle baracche e contemporaneamente i lavori dell’Istituto Antoniano Maschile, alcuni metri indietro rispetto al vecchio limite del lotto, per dare maggiore respiro alla Via Porta Imperiale. Letterio Savoia e Gaetano Bonanno portarono a termine la costruzione nel 1937 nelle forme che noi tutti conosciamo.

 

Michele Palamara

La Chiesa ed il Convento dello Spirito Santo Dalle origini cistercensi ad oggi

L’antica via del Dromo che proveniva da sud, assumeva, nell’ultimo tratto prima di entrare in città e biforcarsi, la denominazione di Strada delle Camerelle. Era, per intenderci, quel tratto di via Porta Imperiale che và da Piazza del Popolo a Via Tommaso Cannizzaro.

E’ proprio in questa strada che ha inizio la storia del Convento dello Spirito Santo e della Chiesa annessa, al quale è fortemente legata anche la storia di Suor Nazarena Majone.

Nel 1291, ancora abbondantemente fuori dalle fortificazioni fatte erigere dai normanni, in una zona particolarmente fertile fra i torrenti Santa Marta da un lato e Portalegni dall’altro, la sig.ra Francesca Boccapicciola, come afferma il rev. Padre Placido Samperi, fa erigere, in un terreno di sua proprietà, il monastero e la chiesa annessa dello Spirito Santo.

Alla sua costruzione partecipò economicamente anche Federico III d’Aragona, come fece per molti altri edifici religiosi in città. E, poiché ancor prima in quei luoghi vi era una fattoria dell’Abbazia di Roccamatore, Suor Francesca, prima Badessa del Convento dello Spirito Santo, volle che il monastero agisse sotto le regole dell’Ordine Cistercense e dipendesse proprio dall’Abbazia di Tremestieri. Le volte a crociera senza costoloni, i grossi pilastri rettangolari e gli altrettanto grossi archi a tutto sesto, forse un chiostro ma forse no, affiorati nel 1998 durante i lavori di rifacimento di alcune tubazioni, fanno parte di quell’ala più antica del monastero e sono un segno preciso di quell’architettura cistercense introdotta in età normanna dai francesi e di cui l’Abbazia di Roccamatore ne era il primo esempio in Sicilia.

Come avvenne per altre zone esterne alla città medievale, l’area su cui sorse il monastero pian piano si andò sviluppando, sino a formare un borgo e sino ad inglobare lo stesso monastero. Ecco che sorse il Borgo dello Spirito Santo, uno dei tanti borghi extraurbani che soltanto nel 1852 verrà incluso nel muro daziario della città.

Non si sa molto della Chiesa e del Monastero dello Spirito Santo sino agli ultimi anni del XIX secolo. La chiesa, intorno alla seconda metà del 600, cominciò ad assumere i connotati del barocco importato da Roma ma carico di stucchi e marmi policromi alla maniera siciliana. Il monastero, invece, perse la sua funzione di luogo di culto e assunse, pertanto, un aspetto sempre più degradato.

Eravamo proprio sullo scorcio del XIX secolo quando veniva dato ordine a Padre Annibale Maria di Francia di abbandonare il Palazzo Brunaccini, in via Cavour, lì vicino. Palazzo che il canonico messinese usava come ricovero delle orfanelle.

Per Padre Annibale si prospettavano nuovi problemi da risolvere, ma dopo tante insistenti richieste al Municipio, lo stesso otteneva finalmente l’uso del vicino monastero dello Spirito Santo e dava ordine a Suor Nazarena Majone di trasferirsi urgentemente con 12 orfanelle. La Suora ubbidiva, ma, dato lo stato di totale abbandono del monastero, si trovò costretta a raccogliere una squadra di operai e a dare urgentemente avvio ai lavori di ristrutturazione che in seguito avrebbero portato, fra alterne vicende, il vecchio Monastero a nuova linfa, trasformandolo oggi in uno dei più importanti luoghi di culto messinesi.

Maria Majone diventerà nel 1896 la Prima Superiora Generale della Congregazione del Divino Zelo.

Il terremoto del 1908 è un’altra dura prova per la grande forza di volontà di Padre Annibale e Suor Nazarena. Saranno necessari nove lunghi anni dal grande disastro affinchè i due riescano ad ottenere definitivamente l’area e ad avviare i restauri affidandone i lavori all’ing. Antonino Marino, poi passati a Pasquale Marino alla morte del canonico.

L’ing. Pasquale Marino ha lasciato una bella pubblicazione dove espone le problematiche progettuali e ce ne illustra le soluzioni. Nella sua relazione egli suppone che la disposizione planimetrica della chiesa barocca, danneggiata dal sisma del 1908, non si discostasse di molto da quella duecentesca, e le piante della città precedenti al 700 gli danno ragione. Successive dovevano, invece, essere le due cripte in cui venivano posizionate sedute le salme delle suore.

Il 29 giugno del 1938 l’arcivescovo Paino riapriva ufficialmente la Chiesa dello Spirito Santo, restaurata con l’ausilio della carità messinese. Il terremoto del 1908 aveva fatto cadere l’intera cupola e lasciato in piedi solo parte dei muri perimetrali, ma la sapiente opera di restauro dell’ing. Marino, coadiuvata da bravi stuccatori come Giuseppe Fiorino, hanno fatto sì che  le linee barocche tardo secentesche originali e gli ambienti vissuti da Padre Annibale e Suor Nazarena venissero mantenuti.

 

Michele Palamara